“The Feast” a Faenza. Diversi ma… diversi

Stefano Visani
Stefano Visani

17 settembre 2015

4 thoughts on ““The Feast” a Faenza. Diversi ma… diversi

  1. Il tema del razzismo in Lovecraft è pesante (come in molti altri del suo tempo: illuministi compresi), ma la botta di vita di Orrore a Red Hook è proprio che il vero cattivo è un aristocratico di stirpe olandese. In quest’ottica il punto si ribalta.

    1. Ciao, non sono del tutto d’accordo con la tua interpretazione del caso specifico, ma comunque credo che la questione che sollevi sul ribaltamento di prospettiva sia del massimo interesse.
      Non è questa la sede per un’analisi approfondita del racconto, però sarai d’accordo con me che se è vero che il centro del male, colui che lo evoca e lo coltiva, è “il dotto anacoreta” di origine olandese Suydam, esso è in contatto, anzi in combutta con tutta la “feccia” straniera e meticcia, come si vede chiaramente dall’episodio in cui un’orda di “ribaldi dalla pelle nera” va a reclamare il corpo di Suydam e uno che sembra il capo, “un arabo con un’odiosa bocca negroide”, consegna alle autorità sbigottite una lettera firmata dall’olandese con la quale si autorizza la consegna del suo cadavere al latore della missiva. Il male prodotto dal grande stregone bianco non sarebbe stato egualmente efficace senza il sodalizio (in sostanza misterioso) con queste creature senza storia e senza identità. Alla fine del racconto ci viene detto che “Suydam andò e venne (…) ma il malvagio spirito della notte e dello squallore cova tra gli ibridi abitanti delle vecchie case…”. Insomma quello che vediamo non mi sembra tanto un ribaltamento di prospettiva, è più (come spesso avviene in HPL) la constatazione di un male dilagante che non risparmia neanche certi “bianchi” corrotti, ma si tratta di singoli individui, mentre dall’altre parte c’è un’intera genia, indistinta e tutta riunita in una generica malvagità.
      La questione più interessante da approfondire però credo sia un’altra.
      Il razzismo esasperato di HPL è testimoniato nelle sue confidenze epistolari molto più chiaramente che nei racconti, ce ne sono molti esempi ma te ne cito uno solo, emblematico, da una lettera all’amico (e poi biografo) Frank Belknap Long: “Spero che alla fine sarà la guerra (…). Mostriamo allora la nostra potenza fisica in quanto uomini e in quanto ariani, effettuiamo una scientifica deportazione di massa cui non ci si possa sottrarre e da cui non si possa tornare ecc. ecc.”.
      Non necessita di ulteriori commenti. Però poi è vero che spesso nei suoi racconti gli ariani, i WASP, non hanno destini radiosi; o sono malvagi e fanno la fine che meritano, distrutti dalle stesse creature con cui si sono “mescolati”, o ne sono comunque vittime, anche se innocenti. Le vittime preferite di HPL non sono tanto i meticci, i mezzosangue ecc. ma esangui e compiti gentiluomini occidentali: giornalisti, professori universitari, aristocratici, persone colte e sensibili… probabilmente come Lovecraft vedeva sé stesso.
      Non si tratta certo di una nemesi degli oppressi sugli oppressori ma di un’autodesignazione di sé come vittima. Per sfuggire alla paura nevrotica che lo tormenta, HPL si proietta nelle sue storie invertendo i ruoli, liberandosi così dell’opprimente autoreferenzialità che distingue una pagina di diario da una di letteratura. Così, mentre nella realtà sterminerebbe tutti i diversi, nella finzione se ne lascia sterminare e in questo modo toglie di mezzo l’angusto spazio della propria nevrosi per librarsi nei grandi spazi di un orrore cosmico senza salvezza, “da cui non si possa tornare”. E’ questo il vero salto del cavallo di Lovecraft, la mossa che distingue l’artista dal becero polemista. HPL era sicuramente un gran razzista (anche se visse abbastanza per convincersi che Hitler era un un pagliaccio e un estremista assurdo, prima che la guerra scoppiasse) ma era altrettanto sicuramente un grande artista. Per quanto molti possano trovare questa possibilità odiosa, le due cose, come anche tu hai notato, possono andare insieme.

  2. Ciao!
    Per quanto riguarda il racconto, mi sono chiesta se potevo non ricordare o aver frainteso. L’ho ritrovato su internet, ci sono diversi passaggi tipo:

    “they developed something like acute fright when asked the reasons for their presence. Gangsters of other breeds were equally taciturn, and the most that could be gathered was that some god or great priesthood had promised them unheard-of powers and supernatural glories and rulerships in a strange land.”

    Che corroborano l’idea che: il vecchio olandese studioso di qabbaláh e altre arti esoteriche alla fine della sua vita fosse giunto a conoscere una sorta incantesimo per rigenerarsi e quindi stesse volontariamente cercando, adunando e perfino importando membri di una precisa etnia e fede religiosa (quella delle divinità dell’incantesimo) per servirsene quando officiava i riti (se gli servivano solo dei comuni criminali per i rapimenti non si sarebbe preso la briga di scegliere esclusivamente Yezidi). Questa gente corrotta dalla miseria pare alle sue dipendenze e anche in suo potere.
    Alla fine il vecchio olandese muore perchè con i suoi studi ha trovato il modo di evocare demoni, ma spalanca la porta di un mondo oscuro che non riesce a controllare.

    Il racconto sembra più un monito per gli affascinati dall’esoterismo sia buoni che malvagi (rimangono scottati sia l’eroe Malone, che l’anti-eroe Suydam) a stare alla larga da cio’ che non possono conoscere e gestire: l’ignoto, cioè la cosa più spaventosa in assoluto per Lovecraft. In Orrore a Red Hook l’ignoto è tutto ciò che è proviene dal vecchio mondo pagano: L’olandese diventa cattivo di ritorno da un viaggio in europa, i libri che studia sono greci, ebraici e mediorientali, gli Yeziti sono mediorentali.

    Indubbiamente Lovecraft era xenofobo, etnocentrista, e dalle lettere che hai riportato: anche razzista, ma in questo racconto il concetto di male supera il punto di vista terreno e tocca il razzismo solo di striscio.

    Ok, è come dire che lo dia per scontato. E lo faccia praticamente dare per scontato anche al lettore.
    VA bene, vista così effettivamente è anche peggio.

    Tuttavia le impietose descrizioni di Lovecraft non riescono a risultare gelide e sadiche come le sentenze razziali di Voltaire, Montesquieu, Kant (i primi che mi vengono in mente).
    Se invece penso a Providence, i miei collegamenti a random sono:
    1) Non lontano da Salem
    2) Gli Usa hanno si un presidente di colore ma un elettorato che non lo è. Le metropoli hanno quartieri cittadini che sono praticamente dei ghetti, nelle aree verdi i campi giochi sono recintati e corazzati contro i “non genitori”. Scuole e ospedali veramente validi sono accessibili praticamente solo ai WASP e le galere sono piene di nordafricani e latino americani cittadini da generazioni ma mai realmente integrati. Al tg parlano di innalzare un enorme muro ANTI-MESSICANI ai confini sud e di cominciare a chiedere i documenti d’identità (delle due proposte quella più soffertà è quella sui documenti perchè l’americano si sente offeso quando deve esibire un documento).
    3) Anche se so queste cose e galere a parte, le ho viste di persona, ugualmente tendo a dimenticarle e ad avere una visione eccessivamente positiva degli Stati Uniti proprio come il Sindaco di Spilamberto.
    4) Ben venga l’integrazione puchè non sia ipocrita e strumentalizzata.

    Ps: I racconti di Lovecraft sono belli da leggere, ma Nathaniel Hawthorne è il mio preferito.

  3. Ciao Beatrice,

    Ti ringrazio davvero per il tuo approfondito commento che ha arricchito il mio pezzo (è questo che dovrebbero fare i commenti…). Anzi, se mettiamo insieme il tuo commento e il mio ne viene fuori un pezzo nuovo, sia come ampiezza che come argomento e questa è sicuramente una buona cosa.
    Mi sembra che introducendo nuovi spunti rispetto a quelli di partenza e approfondendoli, si onori in un certo senso anche lo spirito di “The Feast”, da cui ero partito.
    Entrando nello specifico, siccome il Ciô non è un blog letterario, non credo di dovermi dilungare nella disamina di un testo, inoltre mi pare che in buona sostanza siamo d’accordo, come mi sembra che noti anche tu. Il punto che mi interessava principalmente non è tanto di cosa parli “L’orrore a Red Hook” e se il razzismo ne sia o meno il tema principale; concordo con te che non lo è. Non è una semplice tirata razzistica e non ne è quello lo scopo. La sua costellazione di senso va oltre quel tema e questo non ci può sorprendere perché parliamo di un vero scrittore, la cui opera può risuonare e produrre effetti a livelli diversi. Se fosse una sciatta produzione dilettantistica non ci appassioneremmo così tanto a discuterne le interpretazioni. A mio parere il tema principale è, come quasi sempre in HPL, quello del male in agguato, della distruzione prossima, della fine incombente di tutte le cose buone (come nello strepitoso “The call of Cthulhu”).
    Il razzismo, o meglio: una specie di ribrezzo per ogni umana diversità che diventa immediatamente difformità, è una sorta di tessuto connettivo, una struttura sottostante, un mood sotterraneo che dà una tinta precisa alle opere di Lovecraft. In questo senso, come dici tu, forse è anche peggio.

    Trovo le tue considerazioni finali molto interessanti. Anch’io tendo ad avere una visione istintivamente positiva (a volte entusiastica) degli Stati Uniti. Quand’ero ragazzo si usava dire (e alcuni lo dicono tuttora) che questo era dovuto alla “colonizzazione dell’immaginario”, una sorta di lavaggio del cervello che gli stregoni del capitale avrebbero fatto a tutta l’Europa per sottometterla, approfittando della nostra condizione di debolezza (materiale e spirituale) post Seconda Guerra Mondiale. Ma, al netto di tutti gli interessi economici e geopolitici, l’idea che la cultura americana sia una sorta di creatura di laboratorio concepita per irretire il mondo è una scemenza colossale. Gli americani sono i nostri fratelli e cugini lontani, gettati mezzo millennio fa in un mondo davvero “grande e terribile”, come diceva Gramsci. Un mondo di sogni e incubi, di insondabile vastità e struggente bellezza. E allora come possiamo rimanere indifferenti ai loro miti? I racconti emersi dal loro vissuto sono le nostre mitologie mancate, il nostro paradiso perduto.
    Poi è sempre importantissimo fare quello che hai fatto tu: andare e vedere con i propri occhi: le prigioni, i campi di basket recintati, il razzismo delle forze dell’ordine o dei media e rimettere il mito al suo posto, cioè nelle regioni dell’immaginazione e della creatività. Perché la storia europea del ventesimo secolo ci mostra che permettere ai miti di governare il mondo sino a farsene soggiogare, è probabilmente una pessima idea.
    Grazie di nuovo del tuo contributo e continua a seguire il Ciô ( e anche a commentare, perbacco…)

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